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1. Il calendario
2. Il programma
3. Paolo Fresu: Cookin' jazz
4. Biglietti e abbonamenti
5. Gli sponsor
6. Soggiornare a Berchidda
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3. Paolo Fresu: Cookin' jazz  

Cookin' jazz
di Paolo Fresu

C’è tutta una ricca iconografia che rimanda al jazz ritraendo spesso i musicisti neri americani con un bicchiere in mano. Magari anche con una sigaretta in un buio e fumoso club newyorkese. Gli umori di questa musica, soprattutto nel periodo a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, sono spesso dipesi dalle droghe e dall’alcool e molti artisti hanno interrotto prematuramente la loro breve esistenza a causa di ciò o la hanno fortemente compromessa lasciandoci orfani di genialità straordinarie ed inespresse. Del resto l’alcool è stato per molti anni parte suggeritrice per l’urgenza creativa mentre agli albori del jazz i locali di Chicago, comandati dalle bande rivali di Al Capone e Jim Colosimo, vivevano grazie alle licenze per la somministrazione di alcolici: il rapporto tra jazz e alcool sembra essere indissolubile.

C’è tuttavia un altro feeling più sano tra questi due mondi così apparentemente distanti. E’ un legame che si basa sul senso del gusto e che accomuna tutte le musiche ma che ancora di più appartiene alla musica improvvisata. Se si pensa ad un "jazz d’annata" infatti il nostro pensiero va automaticamente a dischi come Kind of Blue di Miles Davis o The Bridge di Sonny Rollins come, per i vini, si potrebbe pensare immediatamente ad uno Chateaux Margaux del ’97 oppure a un Amarone Reciotto. Alcuni paragonano addirittura, con risultati a volte discutibili, un brano di Duke Ellington o di Glenn Miller ai profumi fruttati di un Cabernet Sauvignon francese piuttosto che a un Siraz australiano, e noi ci divertiamo ad inseguire i loro ragionamenti e il loro gioco raffinato e ossimoro.

Ebbene, senza prenderci troppo sul serio, l’unica cosa che potremmo fare, senza incorrere in gravi errori, è dividerli in bianchi e rossi come quando nella comunità newyorkese di allora c’era una differenziazione – di certo fin troppo netta - tra black e white men… Ma allora i rosé dove li collochiamo? Sembrano non poter essere rappresentati in nessuna categoria razziale, ma la verità è un’altra. E’ che oggi il jazz non è più solo di New York, di Chicago o della New Orleans messa in ginocchio dall’uragano Katrina. Il jazz è finalmente una musica universale che suonano i bianchi, i neri, i rossi, i gialli... e anche i rosa/é.

Finalmente il jazz è come il vino: non si produce solo in Italia, Francia e Spagna ma anche (e con risultati straordinari) nella mite California, in Colorado piuttosto che in Australia, nelle rigogliose valli coltivate da Stellenbosch o Franschhoek a Cape Town come in Cile o in Argentina.

Vino e jazz dunque sono in sintonia e inseguono lo stesso percorso storico e creativo. Sono mondi universali oggi difficilmente collocabili che parlano una lingua senza geografie: quella del suono e del gusto. Del saveur e del goût, come direbbero in Francia, o del taste a Londra o a Los Angeles, ritrovandoci tutti sui pochi denominatori comuni: lo swing e l’armonia dell’aroma e del gusto. In una unica parola: la poesia!

Se la vite è mediterranea ed è stata portata da Cristoforo Colombo negli Stati Uniti, oggi in Europa si rimpianta la barbatella americana a causa della terribile filossera, un micidiale afide che arrivò in Francia proprio dallo stesso paese di oltreoceano nel 1869, trasportato nelle stive dei battelli a vapore, e che si diffuse terribilmente in tutto il Continente fino a distruggerne la maggiore parte delle piante.

E’ come se ci fosse stato un rimbalzo che ha viaggiato con i carichi pieni di speranze. Quelle dei primi uomini migranti del quindicesimo secolo fino ai nuovi viaggiatori del Novecento, quelli che, per passare la quarantena obbligatoria nell’avamposto della Grande Mela, approdavano nella piccola isola di Ellis Island arrivandoci magari con il piroscafo Principe di Piemonte da Napoli, come è stato per il mio antenato Paolo Fresu, il cui nome è stato ritrovato negli immensi archivi della Ellis Island Foundation di New York. Provenienza: Birchiddu, era stato annotato nel suo dossier, e chissà se questo uomo poco più che ventenne conobbe il primo jazz nel lontano 1922!

Il percorso della vite incarna dunque la migliore metafora del jazz, stile musicale nato dall’incontro in terra d’America tra cultura africana ed europea e sbarcato successivamente, durante la seconda guerra mondiale in Europa, per attecchire a Parigi, Londra, Berlino e Roma diffondendosi al punto da spostare oggi il baricentro dell’interesse e della creatività in Europa, in Giappone e in mille altri angoli del mondo.

Il jazz è come il buon vino strutturato e tanninico. Più invecchia e più è buono ma, come nella moderna filosofia vinicola, si avverte la necessità di innestare il vecchio per sposarlo con le nuove tecniche di produzione ottenendo così prodotti innovativi ed affinando ed incentivando la produzione.

Percorsi innovativi che possono essere paragonati alla contemporaneità della musica? Barricati di originalità e sperimentazione?

Noi crediamo di sì e ci divertiremo a scoprirlo in questa diciannovesima edizione di TIME IN JAZZ. Non prima però di avere indagato nell’altro vasto e complesso mondo del cibo e non prima di avere messo in relazione tutto questo con l’arte contemporanea e con il cinema che da qualche anno a Berchidda sono parte integrante e sostanziale del nostro percorso artistico.

Se durante la scorsa edizione ci siamo tuffati a capofitto nel mondo del digitale e della trance, stavolta, un anno prima di spegnere le venti candeline, non si poteva non affrontare il ricco mondo dell’enogastronomia che si relaziona con una forma musicale, il jazz, che da sempre è considerata una lingua d’arte che è fonte di nutrimento corporale e spirituale e che coinvolge, all’atto della fruizione e dell’ascolto, tutti i cinque sensi in una sorta di ricco banchetto collettivo e luculliano.

Il teatro/cantina di tutto ciò naturalmente è Berchidda (la vigna?), e l’attore (il vitigno?) è il festival. Paese di sole tremila anime a vocazione agro-pastorale è stato uno dei primi centri sardi, intorno agli anni Cinquanta, a sposare il sistema delle cooperative infrangendo quel modello atavico dell’isolamento e dell’individualità fin troppo autonoma. Ciò ha portato all’istituzione delle cooperative del latte, della carne, dell’olio e del vino, contribuendo a un rapido sviluppo economico e sociale.

Berchidda luogo ospitale e dinamico dunque, con i suoi prodotti di indiscussa qualità che vengono esportati ed apprezzati in tutto il mondo. È facile oggi associare il nome del paese e il suo festival di jazz al Vermentino DOC Giogantinu o ai formaggi della Nuova Casearia piuttosto che ai dolci di Rau o ai distillati di Lucrezio R. Ed è facile associare la sua proverbiale ospitalità alla cucina tipica tanto semplice quanto raffinata e prelibata. Cucina da apprezzare non solo al ristorante ma in particolare nelle case e durante gli "spuntini" in campagna in occasione delle feste, dell’uccisione del maiale, delle vendemmie o della tosatura delle pecore.

Zuppa berchiddese, panafittas, seadas, panadas, angelottos di formaggio o di ricotta, brugnolos, ozzu casu, laldadina, ungieddas, brozzu mosinzu e dolci tipici con abbamele, abattu, miele di fichi d’india o di corbezzolo e altre prelibatezze sono parte della cucina di tutti giorni e diventeranno, all’interno del nostro festival, companatico dell’arte e giusto complemento nella ricca tavola da imbandire con suoni, gusti e colori.

Ma è la Sardegna tutta ad offrire una variegata e raffinata cucina oltre a una ricca produzione vinicola oramai sempre di più in crescita e sempre più competitiva sul piano nazionale ed internazionale. La varietà del territorio fa sì che ogni zona abbia un suo piatto tipico e che questo rappresenti e racconti al meglio il costume di un’Isola che è un Continente. Dai colurgiones della Barbagia alla merca del Campidano, dalla fregola fino allo zimino o la favata sassarese passando per la fainè di origine genovese, la tipica bottarga o le panadas di carne o di anguille di Oschiri fino a un particolare cous-cous di lontane origini tabarchine, la carne (sa petta o petza) e il pesce (su piscadu) sono gli alimenti variegati e prelibati che la Sardegna produce e che solo da poco iniziano ad essere conosciuti fuori dai confini dell’Isola come è per la birra Ichnusa o per le specie viticole autoctone (cagniulari, vermentino, monica, cannonau, carignano, malvasia, aleatico, pascale, ecc.) sempre più raffinate e dotate di spessore e personalità.

In questi anni il percorso culturale del paese ha portato a Berchidda realtà e iniziative in grado di raccontare l’antica e straordinaria cultura del cibo, del vino e dell’olio con la creazione di una serie di strutture (il Museo del Vino/Enoteca regionale, la Strada del Vermentino, l’imminente Università del gusto, ecc) capaci di "archiviare" la cultura enogastronomica e di raccontare un popolo attraverso le sue tradizioni culinarie e vinicole.

Noi non possiamo non essere attenti a questi sviluppi e il nostro Festival, che raccoglie da sempre le nuove tendenze della musica jazz ma anche dell’arte contemporanea, del cinema e di altri linguaggi d’arte, ha da sempre avuto come obbiettivo la ricerca curiosa nel passato e nel presente unita alla necessità di innestare le lingue d’arte d’oltre mare e d’oltre Oceano con la nostra cultura locale nel tentativo (possiamo dire ormai riuscito?) di farne un luogo di incontri e di comunione laddove la musica e le arti divengono pretesto per scoprire culture, mondi, luoghi, lingue e gusti.

Nato nel lontano 1988, TIME IN JAZZ diviene attraverso il suo straordinario potere di attrazione l’occasione e lo strumento aggregante in grado non solo di seminare e di radicare pensieri creativi ma in grado di suggerire e provocare indotti mediatici, culturali ed economici atti al veicolare, attraverso l’universale linguaggio della musica, ciò che Berchidda, l’area del Monte Acuto e la Sardegna producono proiettandosi nel complesso crocevia del mondo.

Questa diciannovesima edizione, sotto il titolo "Cookin' jazz", inseguirà il format oramai collaudato tra concerti nel grande palcoscenico di Piazza del Popolo (il cuore pulsante del borgo), nelle belle e preziose chiese campestri di Berchidda e di vari Comuni limitrofi (Ozieri, Oschiri, Monti, Nughedu San Nicolò e da quest’anno Pattada e Tempio Pausania con la bella chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Nuchis), nelle piazzette e nelle strade, nei boschi e nelle radure che guardano l’isola di Tavolara piuttosto che nella dimora del cantautore Fabrizio De Andrè. Concerti che arriveranno dal mare (durante la traversata tirrenica) o dal cielo (con happening da tenersi nell’aeroporto Costa Smeralda di Olbia) e anche attraverso le vie ferrate della Sardegna, dal sud al nord, in un turbinio di eventi che lambiscono i plurilinguaggi dell’arte.

Attraverso i sapori e gli odori la musica sarà più ricca e condivisa con i numerosi spettatori che vorranno spartire quel gusto comune che avvicina ed unisce per un modo di vivere di qualità in sintonia con ciò che la vita ci offre. Insomma, un modo diverso di vivere la musica e l’arte. Un "diverso" festival!

La quasi totalità dei progetti artistici che ruotano intorno al tema del cibo e del vino sono commissionati appositamente attraverso produzioni originali espressamente concepite per TIME IN JAZZ (alcune in coproduzione con altre realtà regionali), e lo stesso avverrà sia nella sezione del PAV e sia nella rassegna di film a carattere etnografico in collaborazione con l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna.

Ancora una volta il Festival Internazionale TIME IN JAZZ dimostra il suo attaccamento alla tradizione e al territorio, e ancora una volta si pone come strumento sensibile ed innovativo alla ricerca di quell’avanguardia manifestata nel lontano 1988 e da allora fonte e fucina (o cucina...) di idee.