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BabelFish/Pump up the volume

a cura di Sonia Borsato e Lia Turtas


Arianna Callegaro, Paolo Carta, Raffaella Crispino, Enrico Meloni, Jacopo Miliani, Marcello Porcedda


“Sarà capitato anche a voi/di avere una musica in testa/sentire una specie di orchestra/suonare, suonare, suonare, suonare” cantava Raffaella Carrà nella canzone Zum Zum Zum. A tutti è capitato di sentire nella testa un ritornello perseguitante, vittime del song-stuck-in-my-head-phenomenon, il tremendo potere della musica di insinuarsi nella memoria ancorandosi ai ritmi fisici.

La propensione alla musica è un istinto indomabile, si sviluppa prima ancora della nascita cullati dal battito cardiaco materno. La vita che conduciamo altro non è che la riproposizione di una partitura di bassi e fiati interiorizzati in non sospette esperienze uterine, la “cover” di ereditarie cadenze biologiche. Nella perfezione del ritmo fisico definiamo la dimensione della nostra interiorità per metterla in relazione con ciò che ci circonda. Spazio interno e spazio esterno comunicano attraverso due involucri, tattile e sonoro, che lavorano in sincronia usando come canali di relazione le orecchie, la bocca, il naso, gli organi sessuali: porte di comunicazione che esplicitano l’attitudine dell’uomo all’interazione. Siamo radar vaganti che godono dell’armonia ma anche casse di risonanza che, violate da cadenze imposte, necessitano di nuovi confini, esigono una fisicità alternativa come escamotage indispensabile alla sopravvivenza.

Il tormentato ritorno su se stessi è al centro del lavoro di Paolo Carta che indaga la sollecitazione dei limiti corporei in situazioni claustrofobiche che oscillano al confine tra umanità e ferinità. Una riconsiderazione dei sensi acutizzata dal sottofondo da enfisema che scandisce la sequenza e dove il respiro affannoso da collasso polmonare è estremizzato dall’intervento di suoni meccanici come il fischio di una locomotiva.

Una seconda fondamentale apertura, la bocca, sollecita la ricerca di Enrico Meloni che trasla il ritmo dell’esistenza nel rituale della nutrizione, pratica ossessivamente analizzata nella società del benessere. Come una danza scoordinata, l’alimentazione insana si manifesta con ritmi sofferti e trascinati che trasformano la vita in una grottesca foto diluita come una scansione non riuscita.

Marcello Porcedda osserva il corpo come esempio di perfezione, il cui ritmo diventa esempio per estensioni e prolunghe, come le molte macchine che ci semplificano il quotidiano. La sua ricerca si concentra sull’indagine dei meccanismi dell’intelligenza artificiale plasmati ad “immagine e somiglianza” del corpo umano. Alla fine dei giochi un unico monito, zitti tutti, c’è solo un ritmo, quello del corpo e davvero di questo alzate il volume!