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Mind the gap  

Mind the gap

a cura di Giannella Demuro e Antonello Fresu


Luca Barzaghi, Pierluigi Calignano, Dario Ghibaudo, Robert Gligorov, Thorsten Kirchhoff, Sukran Moral, Bruno Petretto, Pietrolio, Alex Pinna, Mario Pischedda, Giovanna Ricotta, Antonio Riello, Lorenzo Scotto di Luzio, Danilo Sini, Alessandra Spranzi, Wurmkos


Č una zona d’ombra tra le piů inquietanti, quella in cui dimora il pensiero “insano”, quello alieno alle regole e alle convenzioni. Un territorio dai confini labili, spesso attraversato da turbamenti e malesseri. Un luogo la cui “criticitŕ” destabilizza il sentire comune che, soffocato dall’invasivitŕ ottundente del quotidiano e sottomesso all’agio del “non” (non-fare, non-pensare, non-sentire…), rinuncia aprioristicamente al privilegio della riflessione critica.

Di fronte ad una tale inerzia speculativa risulta, pertanto, “sovversiva” la posizione dell’artista, il suo rifiuto, forse anche la sua incapacitŕ, ad assimilare le consuetudini e le certezze del pensiero codificato: un’attitudine, questa, che lo costringe ad allontanarsi dai codici condivisi per muoversi verso possibilitŕ conoscitive inconsuete e alternative, nel mondo e dentro di sé, per riaccendere quella scintilla di follia di cui anche l’uomo “comune”, pur senza averne una piena coscienza, sente, in fondo, la mancanza.

L’abbandono delle rassicuranti certezze della coscienza personale e collettiva e l’adesione ad un pensiero certamente meno strutturato, tale in quanto espressione di una piů naturale apertura al mondo del profondo, č diventato pertanto, per l’artista contemporaneo, lo strumento privilegiato per la lettura della realtŕ.

Proprio il senso di sospensione e di perdita delle coordinate logiche rappresenta, infatti, uno degli elementi fondanti della prassi artistica odierna e fa sě che la quasi totalitŕ della piů attuale sperimentazione visiva si muova, oggi, lungo i binari del turbamento e dello spiazzamento, dell’ambiguitŕ e del paradosso.

Luca BArzaghi, Malessere, 2001, fotografia b/n su alluminio, 85 x 85 cmUna sorta di follia, la stessa “follia” cui allude il titolo della mostra Mind the gap. Un’attitudine percettiva volta al disvelamento dell’apparenza e dei contorni, capace, appunto, di cogliere “vuoti” comunicativi e slittamenti di senso, usualmente celati ma sempre “in agguato”: digressioni dalla “norma”, diversitŕ rivelate o indotte, che solo la sensibilitŕ acuta e penetrante dell’artista sembra essere, dunque, in grado di cogliere.

Tutto ciň, se da un lato genera disagio e difficoltŕ comunicativa, a causa del potere destabilizzante, disgregante e trasformativo dell’opera d’arte che oggi piů che mai sembra disattendere le aspettative del pubblico, dall’altro č proprio la perdita dei punti di riferimento a costringere lo spettatore adRobert Gligorov, Disaster Theory, 2004, Lambda su alluminio, 120 x 120 cm, courtesy Galleria Pack, Milano entrare in rapporto con quel “vuoto” e a ridefinire se stesso in relazione al concetto di sospensione, di assenza, di silenzio.

Cosě uno spazio illusorio, effimero e precario come quello dell’arte, apparentemente tanto avulso dalla realtŕ ordinaria, permette l’incontro con il paradosso del senso, con l’apertura all’incoerenza, con lo stravolgimento della rassicuranti logiche del pensiero razionale, con la follia di uno sguardo rovesciato, che solo, sembra oggi consentire un adeguato “esercizio di veritŕ”.

Tante le declinazioni possibili, sulla linee delle singole poetiche e delle differenti prassi operative, complessi e articolati i percorsi, distinti e coinvolgenti gli esiti: DAnilo Sini, Cosa c'č dentro gli angeli, 2000, Bambolotti, ali di piccione, acrilico su cotone, dimensione ambientedall’esplorazione della dimensione piů personale e introspettiva di Giovanna Ricotta, Mario Pischedda e Luca Barzaghi, alla ricognizione dell’ambito collettivo affrontata da Alessandra Spranzi, Bruno Petretto, Sukran Moral, Wurmkos, Pietrolio, Dario Ghibaudo, passando per la dimensione piů propriamente ludica delle opere di Pierluigi Calignano e Alex Pinna, l’ironia di Antonio Riello e Lorenzo Scotto di Luzio e la sospensione semantica di Thorsten Kirchhoff, Robert Gligorov e Danilo Sini.

La pervasivitŕ totalizzante della presenza del sé portaGiovanna Ricotta, Go fly, 2004, fotografia, 50 x 70 cm, courtesy Condottonove, Sassuolo - MO Giovanna Ricotta e Mario Pischedda – artisti che da sempre prediligono nel loro lavoro l’uso e l’ibridazione di piů linguaggi e tecniche espressive – a diventare essi stessi “opera” annullando la distanza tra l’“io” e la concretizzazione oggettiva del processo creativo.

Cosě l’opera della Ricotta, Go Fly – frase che riecheggia il comando dato all’atleta nel momento dello scatto di partenza nella disciplina sportiva del salto ad ostacoli – č al contempo un comando, un’azione, ma anche lo spazio fisico pensato e creato dall’artista, il suo corpo, l’attenta preparazione all’azione e il conseguente mettersi in gioco in vista di un traguardo che, sublimando la realtŕ oggettiva della “corsa”, consente l’accesso a ulteriori ordini di senso.

Allo stesso modo Mario Pischedda, fautore di un’arte “istantanea” che accosta e sovrappone immagine e parola, seguendo gli umori di un innato e insopprimibile “nomadismo intellettuale” indaga il complesso rapporto tra spazio individuale e dimensione sociale, tra mondo interiore e realtŕ esterna, azzerando lo spazio fisico fra sé e l’opera, indifferentemente protagonista di video – come Abbasso la Morte, grottesco e dissacrante incontro con il dolore – o immagini fotografiche e performance: segnali ironici, ma non per questo meno angoscianti, della inevitabile fatuitŕ dell’essere.

Per quanto si tratti di una esplorazione psicologica cheLuca Barzaghi, A disagio, 2002, 18 fotografie su supporto rigido, 20 x 20 cm cad., courtesy Galleria Neon, Bologna penetra nei recessi piů intimi dell’artista, la ricerca di Luca Barzaghi, cui appartiene l’opera A disagio, non puň essere perň considerata un lavoro autobiografico in senso stretto, quanto piuttosto la modalitŕ con cui l’artista si rapporta all’universalitŕ del tempo, da lui percepita come ciclicitŕ del vivere. Fatto, questo, che lo porta ad indagare le sottili differenze che tale ciclicitŕ dinamica produce: indizi fissati in una serie di espressivi fotogrammi in bianco e nero che l’artista attinge dalla memoria del proprio vissuto e dalla dolorosa esperienza del quotidiano.

Il rapporto misterioso e spirituale tra l’individuo e il mondo e, ancor piů, l’integrazione e la fusione dell’elemento femminile nella tersa misticitŕ della natura, sta alla base dell’opera di Alessandra Spranzi, La donna barbutra, 2000, 3 fotografie b/n, 31 x 46 cm cadAlessandra Spranzi La donna barbuta. Č proprio l’istintiva e naturale immersione nella serenitŕ selvaggia di un suggestivo paesaggio, infatti, a conferire alla donna barbuta, sorta di madre universale, un’aura di solenne sacralitŕ, che la Spranzi racconta con il sobrio linguaggio di una raffinata fotografia in bianco e nero.

Diversamente dalla Spranzi Bruno Petretto, anch’egli strettamente legato al mondo naturale, denuncia stati di squilibrio e disarmonia nel rapporto tra l’uomo e l’ambiente, rapporto al limite di una compromissione irrevocabile e definitiva, come suggerisce Luoghi dell’altrove, silenzioso gregge-fantasma evocato daBruno Petretto, Luoghi dell'altrove, 2004, zampe di pecora e torba, dimensionne ambiente una impressionante teoria di immobili zampe ovine: opera-monito che, percorrendo il tema dell’assenza, ripropone coraggiosamente il valore inalienabile della vita.

Lo stesso diritto alla vita e alla libertŕ che appare nell’opera di Sukran Moral, artista che esplora contesti sociali periferici e problematici, raccontando la storia dei “poveri del Mediterraneo”, il disagio di una condizione alienata e insostenibile, subita ma non passivamente. Piuttosto una Sukran Moral, Despair, 2004, Stampa digitale su alluminio, 70 x 100 cmdenuncia o, come nel poetico lavoro fotografico Despair, la condivisione delle sofferenze di chi lascia la propria terra per andare incontro ad un altrove, ad un nuovo destino. Un destino, come sembrano voler augurare gli uccellini colorati con cui la Moral anima i ritratti in bianco e nero di quella disperata e tragica umanitŕ, non piů sospeso ma carico di vita.

Legato al sociale č anche il gruppo Wurmkos, una realtŕ collettiva che opera nel campo del disagio psichico e che realizza operazioni al contempo estetiche, etiche e politiche, dove politica č proprio quella dimensione sociale del vivere che appare oggi sempre piů distante. Wurmkos realizza spazi creativi in continuo divenire, luoghi dinamici e immaginativi attivati dalla partecipazione e dall’interazione del pubblico stesso, al fine di produrre un’articolata molteplicitŕ di processi espressivi. La “collegialitŕ” dell’opera offre, cosě, un senso identitario non solo a chi la “abita” ma anche a chi la fruisce.

Una “societŕ” chiusa e ristretta, microcosmo dai confini oscuri e celato ai piů, č invece quella su cui č incentrata l’opera di Pietrolio, Sottilettasacra # 1, 2004, Olio su tela, 100 x 120 cmPietrolio Sottilettasacra. Č il mondo estremo dell’erotismo gay, una nicchia di diversitŕ, una fra le tante, che naviga nei canali anonimi della “rete”. Č la tribů degli “orsi”, uomini dalla struttura fisica che ricorda appunto la fisionomia dei plantigradi, le cui immagini scaricate da siti dedicati vengono “innocentemente” dipinte con i motivi delle innocue e familiari tovaglie da cucina che abitano il nostro rassicurante quotidiano.

Emerge da queste poetiche un mondo variegato, specchio delle molteplici esperienze individuali e comunitarie del nostro tempo, un tempo nel quale, sembra suggerire l’installazione Un mondo leggero di Dario Ghibaudo,Dario Ghibaudo, Il mondo leggero, 2004, Resina acrilica luminescente, scala 1:1 umana, courtesy Paolo Tonin Arte Contemporanea, Torino il cedimento dei valori della contemporaneitŕ ha causato una metaforica perdita di peso. L’uomo di Ghibaudo, altrove accatastato a formare alternativamente le acque e le terre emerse di verosimili per quanto impossibili mappamondi, č si un uomo-dio – come sottolinea la ripetizione dell’iconografia del Cristo in croce – ma non ha peso e non produce ombra: č “assente”, semplicemente, come assenti e vacui sono, sempre piů spesso, i valori cardinali della nostra societŕ.

Al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza e all’immaginario fantastico ad esso legato, guarda il lavoro di Pierluigi Calignano e Alex Pinna. L’opera di Calignano si pone tra Pierluigi Calignano, Colui, 2002, legno e acciaio, 57 x 57 x 63 cm courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milanoscultura e installazione. Robot, trenini, macchine e animali improbabili, costruiti con materiali poveri – legno, cartone, metallo, plastica – animano un mondo bizzarro che ostenta, comunque, una verosimile parvenza di realtŕ. Un universo fantastico, animato da un non comune “spirito” d’ironia, creato dall’artista con una paziente ed ingegnosa tecnica di assemblaggio ed un uso sapiente di artigianali seppur articolati sistemi costruttivi, volutamente avulsi e distanti dalle sofisticate ed asettiche tecnologie industriali del nostro presente.

Un esplicito riferimento al mondo dei cartoons č, invece, la scultura di Alex Pinna Fucked Bird, uno dei tanti personaggiAlex Pinna, Fucked bird, 1994, alluminio, gesso, ferro e lattice, 60 x 30 x 205 cm, courtesy Sergio Tossi, Torino storici dei fumetti o del mondo delle favole che hanno offerto a Pinna lo spunto per reinterpretare con delicatezza e sensibilitŕ non priva di ironia, le contraddizioni e i limiti del mondo contemporaneo. L’incudine che inesorabilmente, e un po’ sadicamente, arriva a schiacciare il buon Beep Beep, infatti, stravolge e ribalta l’esito scontato, rassicurante e buonista di uno dei piů classici storyboard dei cartoni, rispondendo cosě, per una volta almeno, alla stringente logica di una ben piů salda e concreta adesione alla realtŕ.

Quello dell’ironia e dello spiazzamento, dello slittamento di prospettive, della contaminazione impertinente tra arte e realtŕ č anche l’ambito in cui nascono gli “oggetti impossibili” di Antonio Riello, che con Morva necans e Migale satanis – opere della serie Falsi reperti, usualmente allestite dall’artista in veri musei delle scienze – sfida le barriere del senso comune e si prende gioco della “follia classificatoria” che, nel disperato tentativo di controllo del reale, molto spesso “colpisce” la ricerca scientifica e gli altri campi d’investigazione e del pensiero.

Ironia e autoironia, con qualche sconfinamento nel sarcasmo – come quello della scritta Love me tender composta da unaLorenzo Scotto di Luzio, Love me tender, 2002, c-print, 150 x 125 cm, courtesy Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano teoria tutt’altro che tranquillizzante di mozziconi di sigaretta – permeano anche il lavoro di Lorenzo Scotto di Luzio che, con animo disincantato scopre e ridicolizza abitudini e atteggiamenti del vivere sociale, analizzando non solo gli altri ma anche se stesso. Per questo Love me tender puň diventare anche racconto autobiografico nelle fototessere ingrandite che amplificano e moltiplicano il ritratto, comicamente affranto e disperato, dello stesso artista.

Una inquietante ma intrigante sospensione semantica sembra, invece, accostare le opere di Kirchhoff, Gligorov e Sini.

“Noir” č il colore della lucidissima ironia di Thorsten Kirchhoff, artista che ha da sempre incentrato sul cinema l’orizzonte espressivo del suo lavoro e che, proprio in virtů di questo, usa Thorsten Kirchhoff, Twilight zone, 2000, Olio su resina, 9,5 x 6,5 x 7 cm, mensola, 10 x 15 x 1 cmcombinare tra loro pittura, oggetti e suoni secondo la logica del montaggio cinematografico, creando prospettive insolite o surreali, alla ricerca dello “scarto”, del momento conflittuale, contraddittorio e depistante, che annulla ogni certezza: quella zona d’ombra cui fa riferimento l’enigmatico e poco rassicurante “diavoletto” di Twilight zone.

Lo sguardo “obliquo” di Robert Gligorov, folle e visionario, svela universi sfuggenti ed inquietanti, provoca l’imprevisto e l’imprevedibile, costringe, quasi ipnoticamente, ad una pausa di sospensione. L’artista crea un’ambiguitŕ spiazzante, portando lo spettatore al confine tra piů mondi e svelando laRobert Gligorov, H2O, 2001, pesci, canarini, 120 x 80 x 70 cm, courtesy Galleria Pack, Milano bellezza straniante dell’“abisso”. E, se a volte Gligorov mitiga poeticamente, come nell’installazione H2O, temi di forte impatto emotivo quali l’ibridazione, le trasformazioni biologiche, le mutazioni e contaminazioni genetiche, altrove – č il caso del provocatorio e conturbante Disaster Theory – č un lucido e gelido distacco a sorreggere le concatenazioni narrative con le quali l’artista racconta il disagio dell’uomo contemporaneo.

Danilo Sini, infine, mostra una visione estremamente disincantata e cinica dell’arte, palesa l’esistenza di un “gap” comunicativo tra l’artista e il pubblico, ad indicare una Danilo Sini, ***, 2004, passatoia rossa, luce a incandescenza, dimensione ambientecomunicazione definitivamente e inesorabilmente interrotta: una innocente guida rossa – *** – diventa un codice non decriptabile, una crudele metafora sulla perdita di senso dell’arte. Se lo spettatore, avanzando lungo il percorso indicato dalla guida non riconosce, nella stessa, la presenza dell’opera se non dopo averla totalmente e inconsapevolmente attraversata, quell’opera e con essa, metonimicamente, l’arte contemporanea nella sua interezza, č tragicamente “muta”. Per cui, sembra voler suggerire l’artista: mind the gap.

 

                                  Giannella Demuro e Antonello Fresu