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Lavori in corso  

Lavori in corso

a Cura di Nanni Campus


Sukran Moral, Nero Project, Pietrolio, Alex Pinna, Mario Pischedda, Giorgio Urgeghe


La follia corre per le strade! O, come si dice, la follia dilaga. E per questa edizione di Time in Jazz, si è pensato bene di lasciarla dilagare per le vie del paese, per una volta libera di trasformare il mondo secondo il suo capriccio, in un impeto di dissacrante libertà, che però è tutt’altro che uno scherzo, e rivela nascoste verità.

Tutta Berchidda, si è deciso per decreto, sarà un cantiere della Follia, che metterà in opera i suoi progetti attraverso le sue maestranze più qualificate: gli artisti.

Se dunque noterete in paese qualche dettaglio fuori posto, qualcosa che non è come dovrebbe, non vi stupite: quelli che vedete sono i “lavori in corso” della Follia.

Forse però, se li cercate, faticherete a vederli, perché la Follia opera spesso su piccoli dettagli per realizzare i suoi piani. Agisce su un piccolo punto d’appoggio, per rovesciare il mondo.

Gli artisti chiamati ad operare in vece della Follia, si esprimono infatti con mezzi insoliti o smaterializzati, dall’azione all’installazione, con irruzioni nel quotidiano, aprendo parentesi nella vita ordinaria, disfando il solito, l’usuale, il consueto, il familiare.

Il risultato è un invasione degli spazi della vita del paese, ed una rivisitazione di simboli ormai svuotati. Un esempio sonoGiorgio Urgeghe, RGGGRG, 2004, Installazione,a crilico su tela le bandiere sulla facciata del municipio, cui Giorgio Urgeghe aggiunge un nuovo vessillo, di un paese inventato, come in una pacifica invasione, come un segno di fratellanza con il mondo della fantasia e del possibile (o dell’impossibile).

Alla foga dissacratoria di questo gesto (magnificamente scevro di ogni attenzione agli, eventuali, significati politici) si unisce un senso di grande rispetto per la propria capacità creativa e creatrice, per la facoltà spesso soffocata dell’uomo di inventare mondi.

Alex Pinna, My way, 2004, Installazione, stampe digitali su capafixSimilmente sul segno solito, tanto solito da non essere più visto, si muove Alex Pinna, proponendo la sostituzione dei cartelli di alcune vie del centro di Berchidda con altri con altri nomi, quelli delle vie in cui, in altre città, ha abitato. Questo restituirebbe, a chi alzasse il naso a guardare quelle targhe, il senso di un percorso che dallo spazio si muove nel tempo, suggerendo il vissuto come sorgente del Valore. My Way è il titolo di questa operazione, in riferimento certamente alla celebre canzone di Frank Sinatra ma, parrebbe, occhieggiando all’immortale versione punk che ne diede Sid Vicious - in cui il significato di My Way (che vuole dire “la mia strada”, ma anche “a modo mio”) assume tutta la sua potenza destabilizzante.

Anche la follia di Pietrolio si accanisce contro la segnaletica del paese, rea d’incarnare un rapporto rigido tra il segnoPietrolio, Aracadabra, 2004, Intervento urbano, adesivi su cartelli e segnali stradali segnalato ed il suo veicolo, il cartello/segnale, appunto. Contro questa rassicurante unidirezionalità di significazione basta uno scostamento, anche piccolo piccolo, per fare sì che i due emisferi del “segno” e del “significato” non collimino più, restituendoci al posto di un’ovvia comunicazione, un ibrido, ironico e transgenico ammonimento sulla caducità del nostro mondo. Questo dicono i teschietti che sostituiscono le teste dei segnali interessati dall’intervento, personaggi che erano vivi e nello spazio di una parolina magica, Abracadabra (che è il titolo dell’intervento), sono divenuti i ghignanti morti che ci irridono, come in una medioevale allegoria.

Nel cantiere dell’arte contemporanea il misterioso Nero Project opera insinuando un possibile rovesciamento di ogni significato e suggerendo l’inutilità della cultura: a che serve Nero Project, Senza titolo, 2004, Installazione, dimensione ambientepiù la biblioteca comunale se tutti i libri sono capovolti? È l’inversione assoluta del senso verso il non-senso. Una vera ed autentica opera Senza Titolo. Non priva di un perverso piacere visivo: si può infatti imparare a godere dei toni sfumati di bianco e di giallo della carta, in accostamenti apparentemente casuali, ma scientificamente (ed altrettanto inutilmente) ordinati secondo i criteri del sistema Dewey: i libri conservano infatti il loro ordine originario sugli scaffali (ed a proposito uno solo è ancora nel suo giusto verso, a voi scoprire quale).

Questi i “Lavori in corso” degli artisti che hanno scelto di operare attraverso installazioni, ovvero interventi sul territorio, in rapporto diretto con lo spazio. Sul fronte delle performances, ovvero delle azioni ragionate con significato Mario Pischedda, La desertificazione dell'uomo minimo, 2004, performanceartistico, il mentalmente anarchico Mario Pischedda proporrà se stesso (il giorno 14 agosto alle ore 13.00, all’esterno della vecchia casara) con il “vestito buono”, quello delle feste, e con tanto di valigetta ventiquattr’ore, appeso ad un muro, grottesca icona di ciò che la società pretende che noi vogliamo essere, attratti e sospettosi delle aspettative prefabbricate che ci inchiodano come farfalle in una bacheca, o come fiori in un erbario (Voglio diventare famoso, possibilmente molto famoso, è l’irridente epitaffio che accompagna un’altra sua opera in mostra).

Lirica è invece l’essenza della follia raccontata da Sukran Moral nella sua performance Bulbul, che verrà presentata il giorno 12 sulla piazza, dopo l’ultimo concerto,Sukran Moral, Bulbul, 2004, Performance con Paolo Fresu eccezionalmente con l’accompagnamento alla tromba di Paolo Fresu. Una gabbia racchiude la donna che canta la sua triste canzone. Bulbul è il nome turco dell’usignolo, che rappresenta l’anima, chiusa nella gabbia del corpo da cui vorrebbe uscire, ed esce, di fatto, nel suo desiderio di libertà, attraverso il canto. La parte immateriale dell’uomo, il suo spirito folle, attraverso un mezzo immateriale, si libera e si libra in volo, abbandonando le catene della sua condizione naturale. Come? Attraverso la musica. Questa performance, nella pulizia del suo concetto rappresenta forse al meglio l’accezione del termine “Follia” che questa edizione del festival Time in Jazz col suo programma circoscrive.

La follia vista dunque come via di fuga e di oblio, col suo aspetto gioioso e giullaresco, o col suo aspetto aggressivo ed incendiario, e contemporaneamente come malinconica memoria dei limiti della condizione umana, legata ad un corpo, ad una situazione, ad una società, che la vincolano e che, nel contempo, la costituiscono. Limiti che le arti hanno però il dovere morale di sfidare ogni giorno, alla faccia della logica.

                                                                 Nanni Campus