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08. L'Italia del Jazz  

 

L'Italia del Jazz

a cura di Filippo Bianchi,
produzione di Time in Jazz in collaborazione con i-jazz


"Sometimes it’s cool, sometimes it’s so hot – it’s all over the place!"

Roswell Rudd

L’importanza della “periferia” l’ho appresa da un grande maestro sardo, Alberto Rodriguez, che dopo aver a lungo girovagato per il mondo pensň che gli veniva piů comodo portare il mondo a casa sua, in Sardegna appunto. Non solo a Cagliari, perň, dovevano venire in visita i vari Cecil Taylor, Sun Ra, Don Cherry, ma nella remota Sansperate, dove il suo amico Pinuccio Sciola aveva allestito una delle maggiori gallerie d’arte a cielo aperto del mondo.

Non che il jazz non abbia a che fare con le grandi cittŕ, anzi: la vulgata talvolta lo identifica come la prima “musica metropolitana”. Ma č un mondo “orizzontale”, diffuso, in cui le gerarchie non passano per il numero di abitanti, in cui anche alle piů grandi star sarŕ capitato di suonare in luoghi che a volte si fatica a trovare sulle carte geografiche. Comunque, sia che si riferisse alle periferie o alle metropoli, il concetto di Alberto era semplice e giusto: portare l’intelligenza (e la poesia, termine che usava frequentemente) dove si č; sarebbe il mestiere degli assessori alla cultura, ma questa risulta vocazione del tutto negletta. Rispettando la logica dell’ospitalitŕ, ma anche quella dello scambio…

In un paese occupato soprattutto a preservare, di rado in modo impeccabile, l’ereditŕ culturale ricevuta, ma che molto poco si preoccupa di ciň che noi stessi lasceremo ai posteri, le rassegne e i festival consorziati in I-Jazz, e l’associazione stessa, si sono sempre connotati infatti, oltre che come festival di “ospitalitŕ”, anche come strutture di produzione, di istigazione della creativitŕ. La loro funzione quindi non č stata solo quella di accogliere creazioni concepite altrove, ma di promuovere l’invenzione di nuovo repertorio, di nuovi incontri, di nuove formazioni.

A proposito della fotografia jazz si parla spesso di “volti come paesaggi”, in questo caso si potrebbe dire che fra le due cose c’č piena identificazione, nel senso che molti dei lavori qui ritratti non sarebbero esistiti se quei luoghi non li avessero commissionati. Valorizzando in molti casi anche risorse artistiche locali, in quella prassi cosmopolita che risale al jazz delle origini.

Se c’č qualche stallo e ristagno nella scena musicale attuale č anche per la carenza di una committenza illuminata, dotata di sensibilitŕ estetica, capace di porsi come interlocutore attivo del musicista e dar corpo ai suoi sogni irrealizzati. Ma questa colpa non si puň certo attribuire ai promoter di I-jazz, che pure hanno assolto a questo impegno di “estensione della tradizione” con mezzi sovente miseri. E gli opulenti sponsor? E le ricchissime istituzioni? Per quel che riguarda i primi, in otto regioni italiane su venti, non c’č uno straccio di imprenditore che investa un centesimo in cultura; il sud, in particolare, č da questo punto di vista una vera “terra desolata”. Quanto alle seconde, la commissione di nuove opere sarebbe per loro perfino obbligo statutario, ma č rarissimamente assolto. Cosě, a rispondere ai grandi quesiti colemaniani, a guardare al domani, alla forma del jazz a venire (Tomorrow is the Question, The Shape of Jazz to Come) devono provvedere quelli dotati di nessun’altra ricchezza salvo la passione e la consapevolezza del proprio ruolo nel progresso della musica. Č lě che abita il Lorenzo de’ Medici di oggi, detto non a caso “il magnifico”: tali sono anche questi suoi moderni successori, nonostante la miserrima disponibilitŕ di mezzi…


Filippo Bianchi