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02. La disciplina della terra
03. Hybrid maps
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07. OpenShow
08. Arte tra le note
 
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03. Hybrid maps  

 

Hybrid Maps

a cura di Mariolina Cosseddu


Pietruccia Bassu, Paolo Carta, Roberta Filippelli, Caterina Lai, Fabio Lanza, Coquelicot Mafille, Cristina Meloni, Igino Panzino, Michèle Provost, Matteo Sanna, Gianfranco Setzu

Abitanti solitari di un pianeta che non conosce altre forme di vita nell’universo, alla continua ricerca di una ragione che ne muove il ciclo biologico, siamo in perpetuo conflitto con un territorio non sempre arrendevole e mai del tutto conoscibile. Mappare lo spazio è fra le più antiche forme di sopravvivenza. Tracciare le ascisse e le ordinate che avvicinano i confini (sempre poi continuamente spostati) e rendono percorribile la superficie terrestre è pratica primigenia quanto attuale e comunque leggibile come modello simbolico. La mappa è, di fatto, un luogo dell’immaginario. Pensata per appropriarsi dell’ignoto, per misurare e ridurre l’infinitezza dello spazio, diventa strumento di una doppia conquista, materiale e metaforica. Senza una accurata cartografia ogni luogo non è agevolmente attraversabile e senza una mappa minuziosamente descritta ogni luogo non è del tutto pensabile. Lo scarto tra il reale e la rappresentazione grafica fa sì che ciò che è lontano e irraggiungibile sia un punto fermo nell’intreccio cartesiano, una meta accertabile in un sistema di rassicuranti percorsi. Ma lo scarto persiste e la mappa svela, come ogni patto comunicativo, la propria natura di luogo convenzionale, arbitrario, allegoria segnica e descrittiva di un altrove vagheggiato, metafora di un desiderio, di un’ubiquità senza inibizioni. Annullate le distanze, caduti i divieti, la mappa acquista il valore di un artifizio, di un progetto topografico destinato peraltro ad invecchiare: un sogno o un delirio che si spegne tra i nomi e i tracciati di un labirintico zigzagare.

 


 

I millesimi perfettamente trascritti in scala irreale, attraversati da immaginari e geometrici meridiani e paralleli, non hanno niente a che vedere con la sconfinata varietà del mondo che le mappe riproducono, come la lista della spesa, in maniera innocente ed inoffensiva. Le mappe, in realtà, depistano, illudono, attraggono e mistificano. Sono invenzioni insensate di una visione del mondo quieta e ammansita. Sono, in definitiva, la proiezione falsificata di un tutto a portata di mano o, come direbbe Perec, “simulacro di spazio, semplice pretesto per una nomenclatura” (Specie di spazi, 1989). Eppure basta poco, davvero poco, perché quel raggelato intreccio di linee e di segnalazioni prenda vita e, come in un libro di fiabe a tre dimensioni, sprigioni il potere di incantesimo. Ancora Perec: “ma non è neppure necessario chiudere gli occhi perché questo spazio nato dalle parole, questo spazio solo di dizionario, questo spazio solo di carta, si animi, si popoli, si riempia: un lungo treno merci trainato da una locomotiva a vapore passa su un viadotto; chiatte cariche di ghiaia solcano i canali; piccoli velieri manovrano sul lago; un grande transatlantico scortato da rimorchiatori penetra nella rada; i bambini giocano a palla sulla spiaggia; nei viali ombreggiati dell’oasi, un arabo che porta un grande cappello...”. Agli artisti abbiamo chiesto tutto questo.