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01. Dalla terra al cielo
02. La disciplina della terra
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02. La disciplina della terra  

 

La disciplina della terra

a cura di Ivo Serafino Fenu


Barbara Ardau e Mimmo Di Caterino, Ermenegildo Atzori, Federico Carta, Giulia Casula, Monica Lugas, Tonino Mattu, Marco Pili, Progetto ASKOS (Chiara Schirru e Michele Mereu), Alberto Spada

La disciplina della Terra / sono i padri e i figli / i cani che guidano le pecore / tutti quei nomi dimenticati / sotto la mano sinistra del suonatore (Ivano Fossati)

Barbara Ardau e Mimmo Di Caterino, Ermenegildo Atzori, Federico Carta, Giulia Casula, Monica Lugas, Tonino Mattu, Marco Pili, Progetto ASKOS (Chiara Schirru e Michele Mereu), Alberto Spada, si confrontano con la terra. Un confronto arduo, complesso e, talvolta, doloroso, a dispetto dell’empatica corrispondenza che dovrebbe esistere tra lei, l’uomo e la sua ineluttabile disciplina. è infatti quella della terra, una disciplina antica, che si perde nella notte dei tempi, che sconfina nel mito e nell’archetipo fondativo raccontato dai testi biblici: «Allora il Signore Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra e alitò nelle sue narici un soffio vitale, e l’uomo divenne persona vivente». Terra e manualità, terra e arte, per una “disciplina” che non passa, che si perpetua, di generazione in generazione, in «tutti quei nomi dimenticati/sotto la mano sinistra del suonatore».

 

Terra, materia da plasmare e da formare, alla ricerca, talvolta vana, di quel soffio vitale che determina l’opera d’arte. Terra legata a quella prassi che conduce, ine- vitabilmente, alle definizioni di “Artefice”, “Artista”, “Artigiano”, sulle quali la critica d’arte ha versato fiumi di inchiostro nel tentativo di uniformare le diverse figure per un’agognata parità in termini di qualità e dignità sociale o per distinguerle e separarle, in un’ottica che, alternativamente, privilegiava l’aspetto teorico o l’aspetto manuale del fare stesso. Una vexata quæstio in fondo inutile se poi, unanimemente, si concorda che, alla base di tutto, sta quel facere che individua in Dio stesso un artifex, per quanto sommo.

Tutto, dunque, è nelle mani capaci e nella creatività dell’artista-artigiano, che dalla tradizione non può trascendere ma dalla quale non può rimanere avviluppato, soprat- tutto quando si rapporta con una materia nobile e umile al contempo, carica di storia ma, per questo, abusata. Allora, per evitare la trappola di una manualità scontata e di una banale prassi artigianale e, soprattutto, per non cadere nello stereotipo della “naturalità” che alla terra è inevitabilmente connesso, gli artisti hanno preferito un approccio più concettuale, in favore di una “artificialità” che racconta di un oggi e di un futuro prossimo affatto rassicuranti. Con i piedi ben piantati in terra e con uno sguardo rivolto altrove.